Pericope
[pe-rì-co-pe]SIGN Breve passo estratto da un testo; nella liturgia cristiana, passo delle Sacre Scritture letto durante la messa
dal latino tardo [perìcope], dal greco
[perikopé], da [perikòpto] 'taglio intorno', composto da [peri-]
'intorno' e [kopto] 'taglio'.
È sempre entusiasmante poter dare un
nome nuovo e più preciso a qualcosa che popola le nostre giornate. In
questo caso, nome dottissimo, oggetto comunissimo.
La pericope è un breve passo estratto da un testo, e l'immagine da cui scaturisce questo significato è semplice
e fisica: il ritagliare. Consiste di poche righe, che ritagliate da un
testo più lungo e complesso rappresentano un nucleo di senso, contenendo
per esempio una riflessione, o un episodio. Scorrendo il social network
troviamo una pericope tanto suggestiva che decidiamo di comprare subito il romanzo da cui è presa; la presentazione si apre con una pericope
particolarmente pregnante; e conserviamo il biglietto d'auguri che riporta una pericope a cui siamo molto affezionati. Nella liturgia cristiana questa parola ha avuto una grande fortuna, descrivendo giusto i passi delle
Sacre Scritture che vengono letti durante la messa, o degli estratti significativi di cui si vuol fare un'esegesi attenta.
È una parola che permette di emanciparsi dalla genericità usata e un po' ruvida del brano, e rispetto al passo o al passaggio - momenti di un fluire - evidenzia l'atto del prendere, o appunto del ritagliare.
Certo se comunemente parliamo di
pericopi potremo vedere qualche sopracciglio che si alza, ma la
gratificazione del nome giusto - e perciò del pensiero giusto - è un
bell'incentivo a osare.
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Ficcante
[fic-càn-te]SIGN Che mira dritto allo scopo, efficace, penetrante, incisivo; in balistica, di tiro battuto dall'alto in basso
participio presente di [ficcare], che è dal
latino [figere] 'infiggere', attraverso l'ipotetica forma intensiva del
parlato [figicare].
Il verbo 'ficcare' ha una potenza
espressiva notevole. È un mettere, un far penetrare, un piantare davvero
incisivo, e popola con colore i nostri discorsi quotidiani.
Ora, il suo participio presente (che
letteralmente dovrebbe descrivere l'azione attuale di un mettere, di un
conficcare) dà vita a un aggettivo che forse è meno comune, ma che è
parimenti potente e versatile. Si dice ficcante ciò che va dritto al
cuore di una questione, ciò che mira senza ambage allo scopo, e quindi
ciò che è specialmente penetrante ed efficace. Una critica ficcante
coglie il nocciolo del problema, un intervento ficcante risolve la
situazione difficile, e nel gergo sportivo si può parlare di un
passaggio o di un tiro ficcante; analogamente la descrizione ficcante
centra i caratteri del personaggio, e la metafora ficcante dipinge la
situazione in maniera incisiva. Il ficcante, insomma, entra in
profondità.
Nel gergo militare, invece, questo
aggettivo prende dei connotati peculiari: è ficcante il tiro battuto
dall'alto verso il basso, un tiro forte di una quota superiore e perciò
molto efficace, quasi fosse mosso per essere ficcato a terra.
Una parola da avere presente, perché è essa stessa molto ficcante.
* * *
Giovinezza
[gio-vi-néz-za]SIGN Età che segue l'adolescenza e precede la maturità; primo periodo di sviluppo; freschezza, vitalità, vigore
derivato di [giovine], dal latino [iuvenis].
Dato che si tratta di una delle più colossali ossessioni dell'umanità,
e che in quanto tale attraversa il pensiero e la letteratura dagli
albori a oggi come un elefante nel centro commerciale, non è che resti
molto di nuovo da dire, sulla giovinezza. Ma un paio di cose
curiose sì.
Innanzitutto, possiamo notare che letteralmente la giovinezza è l'essere 'giovine', allotropo di 'giovane' tanto desueto e aulico da essere comico, ed è strano realizzare che lo teniamo in bocca ogni volta che evochiamo la giovinezza. Peraltro, quando questo
termine è emerso in italiano, nel XIII secolo, si contendeva la piazza giusto con 'giovanezza' - che per bizzarra simmetria ci sembra stranissimo, anche se comunemente parliamo di 'giovani', e non di 'giovini'.
Sui dizionari si trova riportato che la giovinezza, quale età umana e animale, è compresa fra l'adolescenza e la maturità, anche se questa divisione pare un po' arbitraria: l'idea che la giovinezza cominci può parere
bislacca.
Al massimo - e questo è il problema annoso - finisce. Difatti,
figuratamente, la giovinezza diventa il primo periodo di vita e sviluppo
di qualcuno o qualcosa, e quindi il carattere del nato da poco: le
vette aguzze delle montagne ne rivelano la giovinezza, nella giovinezza
dell'arte cinematografica già si sperimentava il 3D, e l'aspra erosione
denota lo stadio di giovinezza del corso d'acqua.
Inoltre questo termine, per le qualità che idealmente si riconducono alla giovinezza, si fa sinonimo di freschezza, vigore, vitalità: colpisce la giovinezza dei versi di una poesia, la squadra
attempata coglie ogni nuova opportunità con giovinezza di spirito, e il
bravo professore comunica la giovinezza del senso di un'opera antica.
Poi la giovinezza è anche un'età di intemperanza, ma questo i dizionari
non lo dicono: a volte uno si crede incompleto ed è
soltanto giovane.
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(Lorenzo de Medici, Trionfo di Bacco e Arianna)
Quanto è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia
Di doman non c’è certezza.
Questo ritornello è diventato
proverbiale, grazie anche alle rime semplici e al ritmo vivace; infatti
la poesia appartiene ai “canti carnevaleschi”, un genere di origine
popolare. Inoltre Lorenzo riesce a condensare in poche parole
l’attitudine umana nei riguardi della giovinezza: da un lato essa ci appare piena di gioie e promesse, dall’altro sembra che ci sfugga dalle mani.
In effetti il fascino del ritornello sta proprio in questo paradosso: come nel fulcro di una tromba d’aria c’è la quiete, così nel colmo dell’allegria carnevalesca emerge la malinconia di fondo.
Peraltro alla base c’è un dramma molto concreto. Lorenzo era stato un giovane affascinante, intelligentissimo,
potente. Per pochi anni ogni opportunità era stata nelle sue mani,
mentre attorno a lui le arti erano in piena fioritura. Non a caso
parliamo di Rinascimento, parola che evoca freschezza e innovazione.
Poi, nel 1478, una congiura di palazzo ha portato alla morte suo fratello
Giuliano; Lorenzo lo seguirà nel 1492, due anni appena dopo la stesura
di questo componimento. E con Lorenzo muore un intero mondo: gli
equilibri politici si spezzano, gli artisti si disperdono.
Quanti significati, dunque, in quattro righe: il dramma di una vita singola, che si scopre segnata dalla morte; il declino di un mondo, bellissimo ma disperatamente fragile; e l’universale rimpianto per il tempo che passa.
C’è da dire, però, che il carpe diem
ha anche un volto luminoso. È l’esortazione a godere delle gioie
presenti, riconoscendo che anche le cose più piccoli, più volatili,
hanno un valore immenso.
Ricordo ancora il biglietto che ci
diede una professoressa, quando finimmo il liceo: “Il passato è storia,
il futuro è mistero, ma il presente è un dono. Per questo è chiamato presente.” Tentammo invano di indovinare quale illustre autore avesse ideato questa frase; alla fine ci fu rivelato che si trattava di Kung fu Panda. Saggezza antica, in forme popolari… Lorenzo de Medici avrebbe apprezzato.
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